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Il mio lungo viaggio verso la cima dell'Everest

Eberhard Braun

Storie dei pazienti: Veronika R.
MeyerEarly estate 2007 – Ho scalato con successo l'Eiger, il Mönch e altri colossi di ghiaccio.

Scalare montagne è la mia grande passione. Nell’estate 2007 avevo già raggiunto le cime dell'Eiger, del Mönch e altri ghiacciai imponenti. Avevo scalato le vette più alte di Europa, Africa, Oceania, Sud e Nord America e Antartide. Mi mancava solo un traguardo da raggiungere: l'Everest! La vetta più alta della mondo mi costringeva a fare i conti con i miei limiti, ma restava in cima ai miei sogni.


Da un lato continuavo a bypassare i miei problemi concreti di salute: dopo tutto, mi sentivo in forma! Dall'altro, sapevo che essere portatrice di una valvola cardiaca artificiale era un dato di fatto incontrovertibile. Una volta completati gli studi in chimica all'età di 23 anni, iniziai a lavorare presso il Technikum Bergdorf vicino Berna, in Svizzera. Durante accertamenti di routine, i medici mi riscontrarono una valvulopatia. Non riuscivo a crederci. Eppure era la verità: mi fu diagnosticata una valvulopatia aortica combinata. Si tratta di un'alterazione della valvola di uscita del cuore, nel punto d'incontro con l'aorta. Ci sono in pratica delle stenosi, dei punti in cui il passaggio del sangue è bloccato. In più, i lembi della valvola non si chiudono perfettamente e da qui nasce l'insufficienza valvolare. Avendo entrambe le patologie, la diagnosi è stata di "difetto cardiaco combinato". Naturalmente, esistono problemi cardiaci più gravi del mio, ma l'indebolimento progressivo del muscolo cardiaco causato dall'affaticamento ha reso necessaria la sostituzione della valvola.

Decisi di sottopormi all'intervento nel 1997, prima che il danno al cuore diventasse irreversibile.

Mi è stata impiantata una valvola cardiaca meccanica e ho iniziato ad assumere dei farmaci anticoagulanti. La convalescenza è stata breve, ma trovavo fortemente limitanti le frequenti visite dal medico, necessarie per controllare su base regolare l'andamento della terapia. Quando il medico mi propose di imparare ad eseguire personalmente il controllo dei valori, fui subito d'accordo. Nel maggio del 1998, fui uno dei primi pazienti in Svizzera a partecipare ad un corso sul Self-Testing della coagulazione. Oggi, il misuratore portatile è il mio fedele compagno di viaggio e mi accompagna in tutte le spedizioni. Averlo con me mi dà una grande tranquillità e soprattutto sono libera di intraprendere nuove sfide e avventure.

Facciamo un salto alla primavera 2007. Era in programma una nuova spedizione sull'Everest. Avevo 56 anni, una valvola cardiaca artificiale e alle spalle 4 tentativi falliti di scalare la cima più alta del mondo: 2 per le cattive condizioni metereologiche e 2 per la mia malattia. Questa volta,decidemmo di procedere verso la vetta dal lato settentrionale. Durante il periodo di acclimatizzazione nel campo base ad un'altezza di 6.400 metri, mi riproposi fermamente di dominare i nervi e affrontare l'ascesa con la serenità tipica delle popolazioni asiatiche. Avevo quasi raggiunto il campo finale ad un'altezza di 8.300 metri. Mi sentivo in forma. La nostra guida ci comunicò: “Partiremo stasera alle 21”. La mia prima reazione fu: "Cosa? Stanotte?" Ma improvvisamente una calma profonda vinse sulla mia resistenza. Ero pronta. Iniziammo l'ascesa in silenzio. Nevicava ed era notte fonda. Raggiungemmo la zona immediatamente prima della vetta, chiamata "facciata triangolare". Restavano da dominare solo la cresta sommitale e l'ultimo tratto in salita, come sussurrava dolcemente il nostro Sherpa: "...vetta...". E la vetta fu nostra.

Tratto dal libro “Gaias Gipfel. Mein Weg vom Gantrisch zum Mount Everest” di Veronika R. Meyer, pubblicato nel 2011 (Appenzeller Verlag).